19 luglio 2016

Ode all'algoritmo

Algoritmo
che decidi cosa mi piace e cosa no
quali notizie mi interessano e quali no
cosa dovrei comprare e cosa dovrei sapere
e cosa dovrei comprare per sapere
e cosa dovrei sapere per comprare

Algoritmo
dimmi dove andare in vacanza
e che lavoro fare
e in che città vivere
e che film guardare
e con chi scopare
e di che malattia morire

Oh algoritmo
sono così impegnato a leggere le notifiche
e a catturare pokemon
che non saprei come fare senza di te

Algoritmo
tu mi leggi nel pensiero
anzi
tu mi dici cosa pensare
anzi
dimmelo tu che cosa fai
anzi
fallo e basta

Algoritmo
era ora che qualcuno si prendesse
le mie responsabilità.




13 giugno 2016

Crepi

Perché augurare a qualcuno “in bocca al lupo” è un po’ augurargli un cancro, hai le stesse possibilità di sopravvivenza. Insomma non è una cosa carina da fare a qualcuno che ha una sfida da affrontare, no? “Domani ho l’esame di maturità”, “Davvero? Be’, ti venisse un cancro!” “Crepi il cancro!”.

12 giugno 2016

Comunque

Comunque quando mi dicono “In bocca al lupo” io rispondo “Vaffanculo”.

1 giugno 2016

La peste del secolo

Mentre spazzolavo Dolly, la mia pecora gonfiabile scopabile, mi ha telefonato Ermete Dossi. Io vorrei sapere perché la gente mi telefona, la telefono mai io? No! Che cosa ho fatto di male nella vita? Mi telefonano tutti. Tutti vogliono farmi risparmiare sulla bolletta del gas, sulla bolletta della luce, sulla bolletta dell’acqua, sulla bolletta del telefono (ma io non telefono mai, più risparmiare di così, cosa dovrei fare?), vogliono sapere tutto su di me, per chi voterò, per chi voterei, per chi votai, per chi votassi, e poi ci sono quelli che mi chiamano per chiedermi come mai non li chiamo mai (mio padre). Per liberarmi di questi ultimi (mio padre) forse dovrei chiamarli io, per prevenire il fatto che poi mi chiameranno per chiedermi come mai non li chiamo mai; ma tutto questo chiamare, chiamare, chiamare, ma a che serve? Meno chiamare, più chiavare.
– Sono Ermete.
– Carissimo! È un po’ che non ci si.
– Cinzia mi ha lasciato.
– No! Dove?
– Come, dove. Dove cosa?
– Come dove o dove cosa?
– Come cosa… ma che cazzo stai dicendo, stronzo!
– Dove ti ha lasciato, dico.
– Senti, non fare lo stronzo, lo sai benissimo, mi ha lasciato che mi ha mollato!
– Mi dispiace tantissimo, quando è successo?
– E mi ha detto che sei stato tu, a dirle che doveva lasciarmi.
– Io? Noo, io le ho dato solo un consiglio.
– Pezzo di merda, e che consiglio è? Perché non ti fai i cazzi tuoi?
– Senti, lei mi ha chiesto un consiglio su cosa doveva fare, io le ho detto: non lasciarlo. A lei però non andava bene come consiglio, e allora le ho detto: lascialo.
– Facile la vita per te eh? Se non è A è B, che problema c’è?
– Devi riconoscere che in questo caso –
– Io ti credevo un amico! Che razza di persona sei?
– Che razza? Adesso non è il caso di essere razzisti, io –
– Ma io l’ho capito sai, tu è dall’inizio che trami per rovinare la storia tra me e Cinzia, non ti è mai andata giù il fatto che lei abbia scelto me e non te, ma non pensavo che arrivassi a questo, sei veramente un viscido subdolo –
– Cosa? A me, ma scherzi, Cinzia, ma come ti salta, a me non piacciono le donne, a me piacciono le pecore.
– Tu hai offeso il mio onore e io adesso esigo soddisfazione. Ti sfido a duello, stronzo!
– Cosa? Senti Ermete, per me vale il principio soddisfatti o rimborsati, per cui sono sicuro che se vuoi soddisfazione possiamo trovare un accordo.
– Verrai contattato dal mio padrino che ti comunicherà tutti i dettagli della cosa.
– Cosa? Quale cosa Ermete?
– Addio.
Mi sono rimesso a spazzolare Dolly. La telefonia è veramente la peste dei nostri tempi, quasi quanto la peste era la peste dei tempi di Giovanni Boccaccio. Potremmo dire anzi che la peste era la telefonia dei tempi di Boccaccio.

30 maggio 2016

Che consiglio vuoi da me

Mi ha telefonato Cinzia Pontesi mentre tiravo con la fionda palline di insetti a Domenico, mio figlio. Ho comprato le palline di insetti su internet, un sacchetto da 250 g costa 0,99 euro, sono insetti della savana africana, macinati e poi fatti a palline, roba di prima qualità. Prima o poi le assaggio anche io. Domenico però non mi sembrava particolarmente goloso di questa leccornia, se ne stava lassù immobile sul muro, vicino a un quadretto Ikea che raffigura un anonimo paesaggio boschivo scandinavo, forse gli ricorda casa, anche se non credo che i gechi bazzichino la Scandinavia.
– Ciao Bandini, ho bisogno di un consiglio.
– Sei una che va subito al sodo eh? No ma lo apprezzo, non sopporto quelli che mi chiedono come sto, quando ormai è risaputo che sto bene, o che al massimo non c’è male.
– Senti, si tratta di Ermete. Lui non è più lo stesso di un tempo… a volte è come se non esistessi per lui. Mi sa che non lo amo più.
– Allora non si tratta di Ermete, si tratta di te.
– Eh? Ah, sì. Di noi due, insomma.
– Anche lui non ti ama più?
– Non lo so. Io però mi sa di no, che non lo amo, non più.
– Che consiglio vuoi da me?
– Ecco, lui è tuo amico no? Il tuo migliore amico. Quindi vorrei che mi consigliassi che cosa dovrei fare. Non voglio fargli del male, insomma gli voglio bene dopotutto, anche se non lo amo più. Mi sa.
– Vuoi un consiglio da me su cosa fare con lui?
– Ecco, sì.
– Non lasciarlo.
– Cosa?
– Ermete, non lasciarlo. Ci starebbe male, quindi se gli vuoi bene e non vuoi fargli del male, non lasciarlo.
– Come sarebbe? Ho capito che ci starebbe male, ma io allora?
– Be’ mi hai chiesto un consiglio, no? Io te l’ho dato.
– Eddài Bandini, ma come non lo sai che quando una persona ti chiede un consiglio in realtà non vuole un consiglio vero, vuole solo una conferma a quello che ha deciso di fare.
– Assì? Ah. E ma quindi, tu che cosa vorresti fare?
– Io vorrei lasciarlo.
– Ah. Ok.
– Quindi cosa mi consigli di fare?
– Ti consiglio di lasciarlo.
– Di lasciarlo eh? E se poi ci sta male?
– Eh, ma infatti io quello che ti –
– Bandini!
– No, niente, lascialo e basta.
– Ok, grazie del consiglio.
– Niente, figurati.
Ho assaggiato la pallina di insetti. Sapeva di uvetta.

18 maggio 2016

Una sequela di fatti incresciosi, con un lieto fine

Ero stanco di guardare l’effetto neve nella mia tv analogica e allora mi è venuta voglia di andare al cinema, solo che non avevo i soldi, e soprattutto non avevo voglia. Infatti devo correggermi: avevo voglia di essere al cinema, ma nessuna voglia di andarci. Quindi ho cominciato a chiedermi quale fosse il valore aggiunto del guardare un film al cinema invece che alla tv, e dopo averci rimuginato su un bel po’ (tipo dieci secondi) ho realizzato: i popcorn! Mi sarebbe bastato comprare dei popcorn e piazzarmi davanti alla tv di casa per rivivere l’esperienza coinvolgente del cinema senza andare al cinema ma comodamente seduto sul divano di casa mia. Così sono andato al supermercato a comprare i popcorn già fatti, lo so che sono meno buoni di quelli fatti sul momento, ma io quando sento tutti quei poveri chicchi di mais che esplodono dentro la padella buttando fuori la loro materia popcornea come calzini rovesciati, dopo mi viene la nausea e non ho più voglia di mangiarli, mi sembra una cosa talmente crudele, che al confronto macellare agnelli è un’attività rilassante come il gardening. Quindi ho comprato un sacchetto di popcorn e sono tornato a casa a guardare l’effetto neve in tv, e mangiando popcorn era come guardare l’effetto neve al cinema, tutta un’altra storia. Solo che a un certo punto un chicco inesploso di popcorn mi si è incastrato tra il dente del giudizio e il molare affianco, e non mi riusciva più di toglierlo. Sono andato in bagno per guardarmi allo specchio ma non si vedeva bene, allora ho avuto l’idea di infilarmi in bocca lo smartphone per farmi una foto e poi guardare in foto la situazione odontoiatrica, e così ho fatto. Non è facile infilarsi in bocca uno smartphone, per fortuna il mio non è di quelli molto grossi, è un vecchio modello, e manovrando un po’ sono riuscito a introdurre l’estremità con l’obiettivo per scattare una foto, ma proprio in quel momento il telefono ha suonato, e siccome associata alla suoneria c’era la vibrazione, lo smartphone mi è scappato di mano e stava per cadermi, e allora per non farlo cadere ho serrato i denti. Ho sentito un crack, la scocca si è aperta e ho sentito qualcosa scivolarmi in gola. Allora ho sputato tutto quello che avevo in bocca, tranne il popcorn, e i pezzi dello smartphone c’erano tutti, tranne uno. La sim! L’avevo ingoiata. La cosa più preziosa della mia vita, con la rubrica con dentro i numeri di tutti i miei amici (sei, sette), le foto, i messaggi, le chat, i virus. Tutto perduto! Senza la mia sim non ero più niente, un troglodita analogico senza più vita social, con rimasugli di popcorn tra i denti. Non potevo rassegnarmi e ho aspettato che la natura facesse il suo corso. Il giorno dopo ho defecato in una ciotola e ho cominciato a rovistare nella mia merda, alla ricerca della sim. Ho riconosciuto svariati chicchi di mais, ma di sim nessuna traccia. Quando ormai ero talmente disperato che mi sarei mangiato la mia stessa merda, l’ho trovata, dentro a un grumo di feci particolarmente duro. Ho lavato la sim con cura e l’ho posta ad asciugare all’aria, e dopo qualche ora l’ho rimessa al suo posto. Funzionava! Sono davvero un uomo fortunato, e pieno di risorse. Adesso quando tocco il touchscreen ho una strana indefinibile sensazione, ma a parte questo tutto bene. Ho ancora il pezzo di popcorn incastrato nei denti ma non si può avere tutto nella vita. Comunque, a chiamarmi mentre mi facevo una foto in bocca era stata la mia banca, per dirmi che ho perso tutti i miei investimenti.

4 maggio 2016

Riposa in pace

Sono andato al cimitero a vedere come stava mia madre, e mia madre non c’era più. Voglio dire che non c’era più nella sua nuova forma di funghetto. Non lo sapevo che i funghetti potessero andarsene così da un’altra parte. Pensavo che avessero le radici, o quello che è. Ora che ci penso però un fungo non è un albero o un fiore, forse le radici non ce le ha, forse può andare dove gli pare. Tipo nelle piscine e in altri posti umidi dove si trova a suo agio. Dove sei andata, mamma? Volevo fare due chiacchiere con te. Poi magari torni? Non pensavo che anche da morti si fosse così inquieti, forse è per questo che si dice: “riposa in pace”. Perché non è così scontato, evidentemente c’è gente che riposa nell’inquietudine, o nell’astio, o nel rimpianto, o nella frustrazione, proprio come nella vita di tutti i giorni, anche se non lo chiamerei propriamente “riposare”. E con questo ho già usato per due volte le virgolette in un unico post, e siccome odio le virgolette, forse è meglio se per oggi la finisco qua.
Comunque neanche io riposerò in pace, mi sa. Perché so già che quello che non mi andrà giù sarà il fatto di non poter restituire la cortesia a tutti quelli che saranno venuti al mio funerale.